Racconto personale

Accettare, un passo alla volta

Per due anni, dopo la diagnosi di Parkinson, ho rimandato. Sapevo che prima o poi avrei dovuto fare i conti con la fisioterapia e con la levodopa, ma dentro di me non era così semplice. Non si trattava solo di seguire una cura o di iniziare un percorso riabilitativo. Si trattava di accettare, poco alla volta, che la mia vita era cambiata.
Fino a un anno fa pensavo alla fisioterapia come a qualcosa che avrei dovuto fare, ma che continuavo a tenere a distanza. Forse perché iniziarla significava riconoscere in modo concreto la mia condizione. Finché rimandavo, potevo ancora illudermi che non fosse davvero necessario, che avrei potuto cavarmela da solo, che l’autonomia di prima fosse ancora lì, a portata di mano.
Poi, a luglio dello scorso anno, ho cominciato la fisioterapia. È stato un primo passo importante. In qualche modo avevo già accettato una parte della realtà: il mio corpo aveva bisogno di aiuto, di esercizio, di attenzione. Però accettare la levodopa era un’altra cosa. Quello, per me, era un salto ancora più grande.
Avevo paura. Paura degli effetti collaterali, paura che fosse troppo presto, paura di entrare in una fase nuova della malattia da cui non sarei più potuto tornare indietro. La levodopa non era solo una medicina: nella mia testa rappresentava un confine. Iniziarla voleva dire ammettere che il Parkinson non era più qualcosa da osservare da lontano, ma qualcosa con cui convivere davvero, ogni giorno.
Così ho aspettato fino a ottobre. Avevo bisogno che prima venisse in mio aiuto la fisioterapia, che mi facesse sentire un po’ più saldo, un po’ più preparato. Solo dopo ho trovato il coraggio di accettare anche la levodopa. Non è stato un gesto facile, ma oggi posso riconoscere che quella scelta mi ha aiutato.
La fisioterapia e poi la levodopa mi hanno consentito una vita migliore. Non perfetta, certo. Non senza difficoltà. Ma migliore. Mi hanno restituito possibilità, movimento, fiducia. Mi hanno fatto capire che curarsi non significa arrendersi alla malattia, ma provare a vivere meglio nonostante la malattia.
Ogni tanto, magari per non perdere l’abitudine, non mi faccio mancare nemmeno qualche caduta. Lo dico con un po’ di ironia, perché a volte l’ironia aiuta a rendere più leggero ciò che leggero non è. Ma dietro quella battuta c’è anche la consapevolezza che il percorso continua, con i suoi inciampi veri e simbolici.
Oggi sento che accettare non è stato un momento unico, definitivo. È stato, ed è ancora, un processo. Ho accettato prima la fisioterapia, poi la levodopa, poi piano piano anche l’idea che avere bisogno di aiuto non mi toglie dignità. Anzi, mi permette di prendermi cura di me stesso.
Il Parkinson mi ha costretto a cambiare ritmo, ma non mi ha tolto la possibilità di cercare una vita buona. Ho dovuto imparare che il coraggio non è non avere paura. Il coraggio, per me, è stato andare avanti anche con la paura addosso

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