Io non parlo di Parkinson perché voglio tediare gli altri. Non ne parlo perché voglio che ogni conversazione finisca sempre lì, né perché nella mia vita non esista più nient’altro.
Capisco, però, che dall’esterno possa sembrare così. Capisco chi mi vuole bene e magari pensa: “Ecco, ancora il Parkinson”. Può sembrare che lo metta in tutte le minestre, che qualsiasi discorso prima o poi torni sempre nello stesso punto. Posso risultare ripetitivo, forse qualche volta persino antipatico. Me ne rendo conto.
Ma il Parkinson, per chi non ce l’ha, credo sia qualcosa di molto difficile da immaginare.
È entrato nella mia vita in silenzio. Quasi con gentilezza. Non ha bussato alla porta annunciandosi con prepotenza. Si è fatto spazio poco alla volta, tanto che all’inizio quasi non me ne accorgevo. Poi sono arrivati i primi segnali, quelli che solo dopo riesci a mettere insieme e a guardare con occhi diversi.
Guidavo male, per esempio. Per fortuna non mi è successo nulla di grave. Ma oggi, ripensandoci, capisco che qualcosa stava già cambiando.
E da quel momento il Parkinson non è rimasto semplicemente il nome di una malattia scritto su una diagnosi. È diventato qualcosa con cui devo confrontarmi ogni giorno. Produce effetti concreti. Alcuni si vedono, altri no. Alcuni riesco a gestirli, altri mi sorprendono. Alcuni giorni quasi mi lascia respirare, altri mi ricorda con molta chiarezza che c’è.
E allora ne parlo.
Parlarne è stato, ed è ancora, uno dei modi che ho trovato per accettarlo. Raccontare quello che mi succede significa dare un nome alle cose, cercare di comprenderle e, forse, averne un po’ meno paura. Il silenzio, almeno per me, non farebbe sparire la malattia. La renderebbe soltanto più difficile da sopportare.
Non voglio che il Parkinson diventi tutta la mia identità, perché io non sono il Parkinson. Sono una persona che ha avuto una vita prima della diagnosi e che continua ad avere pensieri, affetti, interessi, desideri, difetti, ironia, giornate buone e giornate storte.
Ma sarebbe altrettanto falso comportarmi come se il Parkinson non ci fosse.
C’è.
È entrato nella mia quotidianità e ha cambiato alcune cose. Non posso impedirgli di produrre i suoi effetti. Posso però scegliere che cosa fare di quello che mi accade. E una delle cose che ho scelto è raccontarlo.
Magari mi ripeterò. Magari tornerò più volte sugli stessi argomenti. Ma anche la malattia, in fondo, si ripete. Non si presenta una volta sola per poi andarsene. Torna ogni mattina, accompagna i gesti più semplici, cambia forma, pone nuove domande.
Per questo, quando parlo di Parkinson, non sto chiedendo necessariamente compassione e non sto dicendo che nella mia vita esista soltanto la malattia.
Sto semplicemente raccontando una parte della mia vita che oggi esiste e che non posso cancellare per paura di annoiare qualcuno.
Forse un giorno ne parlerò meno. Forse no.
Per adesso sento che raccontarlo mi aiuta a conviverci. E se qualche volta posso sembrare tedioso, chiedo soltanto un po’ di pazienza. Perché dietro quelle parole ripetute non c’è il desiderio di attirare l’attenzione.
C’è il tentativo, molto umano, di imparare a vivere con qualcosa che non avevo scelto, che è arrivato in silenzio e che, giorno dopo giorno, sto ancora imparando a conoscere.

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