Se mi fossi fermato, non avrei incontrato la volpe

È da domenica scorsa che quella paura è tornata a camminare accanto a me.

Ero uscito per una delle mie battute di caccia fotografica. Avevo scelto un punto preciso da raggiungere, immaginando quello che la natura avrebbe potuto regalarmi. Quando parto con la macchina fotografica, in fondo, è proprio questo che cerco: non soltanto uno scatto, ma l’attesa di qualcosa che non conosco ancora.

Quella mattina, però, il cammino si è trasformato presto in una prova.

A diventare rigida non era la gamba sinistra, quella che forse avrei guardato con maggiore sospetto, ma la destra. A ogni passo sembrava opporre resistenza. Sentivo il corpo pesante e, dentro di me, una voce continuava a ripetere:

“Ignazio, fermati.”

Me lo dicevo una volta, poi un’altra.

Fermati.

Ma continuavo.

Non so se chiamarla testardaggine, volontà o semplicemente desiderio di non cedere. Sapevo soltanto che davanti a me c’era quel punto che avevo scelto per fotografare la natura e volevo arrivarci.

Se mi fossi fermato, però, oggi non avrei un ricordo che vale tutta quella fatica.

Non avrei incontrato quel cucciolo di volpe.

È arrivato quasi come una risposta inattesa alla mia ostinazione. Per circa quarantacinque minuti siamo rimasti lì, io e lui. In qualche modo abbiamo giocato. Per un po’ la fatica, la gamba rigida e tutti i pensieri che mi avevano accompagnato lungo il percorso sono passati in secondo piano.

Esisteva soltanto quel piccolo animale davanti a me.

La natura, ancora una volta, mi stava regalando qualcosa che non avrei potuto programmare.

Poi ho capito che era arrivato il momento di smettere. La stanchezza cominciava a presentare il conto.

Il ritorno è stato diverso.

Ogni passo sembrava una guerra tra me e la forza di gravità. Avevo quasi la sensazione che la terra volesse tirarmi verso di sé mentre io continuavo a ordinare alle gambe di andare avanti.

Un passo.

Poi un altro.

Respiravo pesantemente. Sentivo la fatica crescere e il corpo diventare sempre più difficile da governare.

Le persone che incontravo se ne accorgevano.

Qualcuno era pronto ad aiutarmi. Bastava osservare i loro gesti, il modo in cui rallentavano avvicinandosi, per capire che avrebbero voluto darmi una mano.

Ma io rispondevo con lo sguardo.

Uno sguardo di contrarietà, quasi di sfida.

Come se dicessi senza parlare: “No. Ce la faccio da solo.”

E loro, davanti a quello sguardo, rinunciavano.

Ripensandoci, mi rendo conto che probabilmente non stavo rifiutando soltanto il loro aiuto. Stavo difendendo qualcosa di molto più importante per me: la mia autonomia.

Accettare una mano, in quel momento, avrebbe significato ammettere davanti a me stesso che forse ne avevo bisogno. Ed è proprio questo pensiero che mi fa paura.

Perché il mio timore più grande non è semplicemente avere una gamba rigida o dover rallentare.

È perdere la libertà di decidere dove andare.

È non poter più dire: oggi prendo la macchina fotografica e vado a cercare ciò che la natura vorrà mostrarmi.

Forse per questo quella domenica ho continuato a camminare anche quando ogni parte del mio corpo sembrava chiedermi il contrario.

Ma oggi, ripensando a quella strada, mi pongo anche un’altra domanda.

Essere autonomo significa davvero dover fare sempre tutto da solo?

Forse no.

Forse accettare un braccio quando le gambe vacillano non significa arrendersi. Non significa consegnare la propria indipendenza a qualcun altro. Può significare semplicemente proteggere la possibilità di continuare a fare, domani, ciò che amo.

Quella domenica il mio corpo mi ha mostrato un limite e io ho cercato di superarlo.

Ma la piccola volpe mi ha ricordato anche perché continuo a provarci.

Se avessi ascoltato quella voce che mi diceva “Ignazio, fermati”, forse mi sarei risparmiato una parte della fatica. Ma avrei perso quarantacinque minuti che oggi porto con me come un piccolo tesoro.

E allora rimango sospeso tra due verità.

Da una parte c’è la necessità di ascoltare il mio corpo.

Dall’altra c’è il bisogno profondo di non permettere alla paura di restringere il confine della mia vita.

Forse la strada giusta sta proprio nel mezzo.

Continuare ad andare verso ciò che amo, ma imparare anche a riconoscere quando è il momento di fermarmi.

Continuare a difendere la mia autonomia, ma capire che una mano tesa non sempre vuole portarmela via.

E soprattutto ricordarmi che, anche nelle giornate in cui ogni passo sembra una battaglia, dietro una curva può ancora aspettarmi qualcosa capace di farmi dimenticare per un momento tutta la fatica.

Quella domenica, dietro la mia fatica, c’era un cucciolo di volpe.

Ed è anche per incontri come quello che continuo a camminare.

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